[EDITORIALE SFOGO VIDEOLUDICO] Videogiochi nel 2026: ripensare lo sviluppo partendo dalla filosofia nipponica

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In questo articolo della rubrica “EDITORIALE SFOGO VIDEOLUDICO“, ci concentreremo sui videogiochi nel 2026, e di quanto debbano ripartire dalla cultura giapponese.



I videogiochi nel 2026 hanno un disperato bisogno di ritrovare la propria “anima”, e il modello giapponese rappresenta la bussola ideale per questa rinascita creativa ed economica. Il settore occidentale è intrappolato da tempo, in un ciclo distruttivo di budget insostenibili, licenziamenti di massa e sequel senz’anima (ma anche idee), mentre l’industria videoludica nipponica dimostra che è possibile coniugare identità autoriale, efficienza produttiva e successo globale, anche nel medio-lungo periodo.

Sarà banale dirlo, ma non importa sinceramente, Nintendo è l’esempio perfetto da prendere come “modello”, per avere un gaming più sano, creativo ma anche redditizio nel tempo.



La rinascita della casa di Kyoto, dopo il difficile ciclo vitale di Wii U rappresenta uno dei capitoli più straordinari della storia del medium videoludico, culminato nel successo globale di Nintendo Switch. Questa inversione di rotta non è stata solo commerciale, ma ha dimostrato l’abilità unica della compagnia di rinnovare le proprie proprietà intellettuali (IP) storiche, destrutturando e reinventando capisaldi come The Legend of Zelda con la svolta open-world di Breath of the Wild o espandendo i confini del platform con Super Mario Odyssey. In patria e all’estero, il colosso di Kyoto viene percepito come un’azienda modello e d’oro, uno status symbol di stabilità ed eccellenza che si riflette direttamente sulla qualità della vita lavorativa interna. In Giappone, infatti, Nintendo gode di una reputazione quasi leggendaria per il benessere dei dipendenti: vanta un tasso di fidelizzazione del personale vicino al 99% — una rarità assoluta nel competitivo mercato tecnologico — e offre stipendi superiori alla media nazionale abbinati a un forte welfare aziendale. Questa filosofia, che bilancia la rigorosa cultura del lavoro giapponese con un profondo rispetto per le risorse umane (cosa estremamente rara, specie se ci guardiamo in casa nostra), la rende una delle mete più ambite dai giovani laureati e un punto di riferimento etico nell’intera industria globale. Capita molto spesso infatti, che chi entri nella compagnia (specie se giapponese), ne esca spesso, proprio in età pensionabile (alcune volte persino in età estremamente inferiori alle nostre, pur avendo una cultura del lavoro estremamente rigida), rendendo la compagnia, una dalle più desiderate dai giovani giapponesi, oltre che un vero e proprio vanto nazionale, verso l’estero.



La tendenza giapponese a proporre dialoghi fitti e descrizioni minuziose affonda le radici nella ricca tradizione letteraria e teatrale del Paese. In Occidente, molti videogiocatori faticano ad approcciare ad esempio generi come le visual novel, spesso percepiti come prolissi o lenti, ad un occhio sempre più “Tiktokeggiante”, e con una soglia di attenzione di un pesce rosso senza liquidi nell’acquario. Eppure, questa straordinaria enfasi sulla parola e sulla costruzione psicologica dei personaggi ha dato vita a veri e propri capolavori emotivi come Clannad, dimostrando come il videogioco in Giappone sia da sempre considerato un mezzo espressivo nobile e totale, capace di prendersi i suoi tempi per tessere trame indimenticabili.

Se sul fronte narrativo il Giappone si predilige spesso la pazienza (come fronte di sviluppo ma anche di riflesso verso il giocatore che ne usufruisce), sul fronte creativo l’industria (con Nintendo in testa su tutti) rappresenta un modello globale di dedizione, impegno e gestione lungimirante. La vera forza delle aziende nipponiche non risiede solo nel proteggere nostalgicamente il passato, ma nel saper infondere nuova linfa vitale a serie storiche, investendo al contempo su concetti freschi e moderni.

Due esempi lampanti sono rappresentati da saghe che, pur avendo ormai superato o sfiorato la decade di vita, vengono tuttora percepite come le “giovani leve” della scuderia di Kyoto:

  • Pikmin: Serie nata originariamente dall’immaginazione di Shigeru Miyamoto su Nintendo Game Cube, ha dimostrato come un gameplay strategico in tempo reale potesse fondersi con un’estetica naturalistica unica (con standard molto più realistici visivamente, rispetto ai colori tipici dei giochi Nintendo). Attraverso continui perfezionamenti nel corso degli anni, ha mantenuto intatta la sua freschezza concettuale, dimostrando una longevità straordinaria senza mai snaturarsi, Pikmin 4, è l’esempio perfetto di questa evoluzione creativa.

  • Splatoon: Lanciato originariamente su Wii U, il franchise ha rivoluzionato il genere degli sparatutto grazie all’idea geniale di focalizzarsi sul controllo del territorio tramite l’inchiostro anziché sulle uccisioni (cosa che tantissimi giocatori occidentali odiano fare, e soffrono, legati solamente ad un continuo giocare solamente modalità deathmatch alla COD, con l’unico scopo di uccidere). La maturazione del brand è evidente: la serie non si limita a proporre la classica formula competitiva, ma continua a espandersi ed evolversi nel tempo, anche nel 2026. Ne è una prova perfetta il recente debutto dello spin-off Splatoon Raiders, un titolo che abbraccia una struttura PvE d’azione e avventura in singolo (mai accaduto in precedenza con la serie, perlomeno non come focus principale), accompagnato persino da un adattamento manga ufficiale su CoroCoro Comic (roba non da poco), e una capacità di attirare pubblico “giovanile”, senza risultare però il classico gioco “zoomerino”, che allontana le generazioni più anziane (tipico anche questo dei giochi Nintendo).


La mia non è solamente una mera nostalgia dei bei tempi andati chiaramente (chi è cresciuto come me nel periodo d’oro della cultura nipponica in Italia dagli anni 70 fino alla fine degli anni 90, sa benissimo a cosa mi sto riferendo), ma una vera e propria convinzione, non escludendo però, ma evidenziando, anche i difetti stessi del Giappone. Se siete persone interessate alla cultura nipponica, come lo sono io da quando sono “in fasce” (grazie anche all’amore verso Nintendo sin da giovanissimo), saprete benissimo i lati oscuri della società asiatica, e di quanto non sia tutto rosa e fiori (nessuno è perfetto, neanche i giapponesi). Non bisogna MAI fare, ne cadere nell’errore di “mitizzare” un paese a favore del nostro in tutto, senza vederne anche i lati negativi, come spesso amano fare tanti ciarlatori nostrani da divano, anche nei confronti di paesi ben più discutibili (e poco democratici) come Russia e Cina.

Ogni nazione ha infatti i suoi scheletri nell’armadio (noi forse pure troppi, ed anche qualcuno in comune col Sol Levante, visto “l’avvicinamento” in tempi sospetti dell’Italia nel secolo scorso, verso Germania e proprio Giappone, ma sorvoliamo), e la società giapponese non è esclusa da questo “difetto umano”. Se posso enunciarne alcuni, sicuramente tra questi sceglierei sicuramente la repressione “sessuale”, la yakuza ma soprattutto la terrificante capacità di censura di alcuni media (tra i più usufruiti, anche in Occidente).

La società giapponese impone una rigida separazione tra la facciata pubblica (tatemae) e i desideri reali (honne), trasformando la sessualità in un profondo tabù, sin da tempi passati. L’eredità delle leggi puritane introdotte a fine ‘1000 e una carente educazione sessuale scoraggiano il dialogo aperto. Questa forte repressione emotiva e relazionale alimenta l’isolamento dei giovani e aggrava il crollo demografico del Paese, specialmente negli ultimi anni. Infatti a differenza della grande libertà visiva degli anni ’80 e ’90, oggi il Giappone applica controlli rigidissimi sull’intrattenimento, specialmente legato ad anime, manga e nel nostro caso, anche sui videogiochi. Le leggi locali a tutela dei minori e l’ente di classificazione dei videogiochi (CERO) impongono forti restrizioni su nudità e violenza. Questo sistema costringe gli anime a oscurare molte scene (ritrovate solamente in edizioni home video e blu-ray) e gli sviluppatori di videogiochi a censurare pesantemente i titoli occidentali (rimuovendo sangue e smembramenti) per il mercato locale. Aggiungiamoci poi al pacchetto, anche la Yakuza, storica mafia giapponese, che ha controllato per decenni i mercati neri del Paese, tra cui la prostituzione, la pornografia illegale e il gioco d’azzardo, che dei tre elencati, è il problema attualmente più risolto del Giappone. Sebbene un tempo operasse quasi alla luce del sole, oggi il suo potere è in netto declino. Le leggi antimafia introdotte dal 2011 hanno isolato economicamente gli affiliati, vietando loro azioni quotidiane come aprire conti bancari o firmare contratti telefonici. Mettici poi l’estrema cultura del lavoro, che seppur profiqua in termini di impresa e di grosso boom economico, risulta essere spesso una forzatura incredibile ed una vera e propria gabbia, specie per chi è costretto a ripetere nel posto di lavoro, stesse azioni ripetute nel tempo (magari anche per mesi ed anni, anche in fase di sviluppo di videogame), passando da semplici impiegati, alzando il tiro poi anche verso lavori più creativi (che di per se non dovrebbero sulla carta e per natura stessa della parola “creatività”, essere delle catene di montaggio), come ad esempio i mangaka, spesso relegati, rovinati dal loro chiudersi per quasi tutta la loro esistenza all’interno del proprio lavoro, rinunciando a salute, tempo passato in famiglia ed altre passioni.

Insomma il sunto finale è, dovremmo veramente ripartire come società (e videoludicamente parlando), da quella giapponese? La risposta è un Ni (con una freccia tendente al si), prendendo come spunto (mi pare anche ovvio) le parti migliori del Sol Levante, ovvero la capacità e la costanza lavorativa (senza i suoi estremi però), la creatività e il rispetto nei confronti degli altri, basti pensare a quanto siano rispettosi anche fuori dal loro territorio (le scena ad esempio durante i Mondiali 2026, nei quali i tifosi giapponesi, ripulivano gli stadi da sporcizia autonomamente, come forma di rispetto nella loro cultura), ci dice tanto su quando dobbiamo migliorare come civiltà umana.

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